martedì 20 aprile 2021

RECENSIONE IL PRIMO GIORNO DELLA MIA VITA

IL PRIMO GIORNO DELLA MIA VITA * Paolo Genovese * Einaudi editore * pagg. 312



Un uomo, due donne e un ragazzino convinti di aver toccato il fondo incontrano un personaggio misterioso che gli regala sette giorni per scoprire come andrà avanti il mondo senza di loro, quello che lasciano, i loro affetti, i loro cari, il lavoro. E, se possibile, per trovare la forza di ricominciare e innamorarsi di nuovo della vita.


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Come sarebbe il mondo senza di noi?

Piacerebbe vedere il futuro, quello dei nostri cari, senza di noi? Vederlo come in un film?

Un uomo misterioso si trova a dover svolgere una missione: cercare di far cambiare idea a coloro che hanno deciso di mettere fine alla propria vita. 

In che modo?

Facendo vivere sette giorni in un mondo che ormai li ha salutati e che programmerà le giornate tenendo conto della loro assenza. Servirà a far recedere Daniel, Napoleon, Aretha e Emily dalle loro intenzioni che sembrano ormai decise?

"Quanti ricordi belli può contenere la mente di una persona? Milioni o forse più. Ma allora perché ne basta uno solo, tremendo, per annientare gli altri?"

Paolo Genovese, regista italiano, ci presenta questa storia scritta come una sceneggiatura di un film: minuziose le descrizioni, soprattutto degli ambienti. Nulla è lasciato all'immaginazione. 

Se nella prima parte la scrittura ipnotizza tanto da non lasciare spazio a domande che sarebbero del tutto naturali per una storia del genere, andando avanti si fa avanti la noia per degli eventi che non coinvolgono e sembrano non avere un'evoluzione. 

Ho perso interesse nella lettura, tanto da pensare di abbandonarlo, ma ho resistito e non mi sono pentita perché almeno il finale ha riservato un leggero guizzo che però non ha compensato assolutamente l'insoddisfazione nell'aver letto una storia che, oltretutto, non mi è parsa molto originale.

Direi che la penna di Genovesi mi attira, ma l'idea di fondo, la storia, l'ho trovata debole, fragile.

Nonostante ciò non voglio escludere la lettura di altri suoi romanzi, così come sono curiosa di vedere l'adattamento cinematografico di quest'opera. 

martedì 13 aprile 2021

RECENSIONE LA REGINA RIBELLE

 

LA REGINE RIBELLE * Elizabeth Chadwick * TRE60 * pagg. 469 * trad. Ilaria Katerinov





Colta e bellissima, ambiziosa e spregiudicata, Eleonora d'Aquitania vive in un'epoca, il XII secolo, in cui le donne sono ridotte al silenzio e all'obbedienza. Ma lei è determinata a ribellarsi a ogni costrizione: partecipa alla seconda Crociata; divorzia dal primo marito - Luigi VII, re di Francia - e, nello sconcerto generale, sposa Enrico II d'Inghilterra, di undici anni più giovane; diventa la musa dei trovatori nella sua «Corte d'amore» a Poitiers, dove si cantano la passione e la sensualità; tratta come pedine di un gioco politico i due figli più amati, Riccardo Cuor di Leone e Giovanni. Il mondo la odia e la teme, ma non riesce a fermarla: sulla sua strada, Eleonora lascerà vittime innocenti e cuori straziati, in un turbine che finirà per travolgere lei stessa. Dalle nebbiose città inglesi all'Oriente delle Crociate, dalla Terrasanta al lusso della corte bizantina, Elizabeth Chadwick dipinge il ritratto di una donna straordinaria per la sua modernità, che ha amato, tradito, sofferto e lottato contro rivalità, odi e pregiudizi, proprio come una donna di oggi.


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Una regina con un carattere definito, deciso. Nonostante sia dovuta scendere a compromessi con la storia e con accordi matrimoniali non dettati, certo, da colpi di fulmine, risulta una donna contro corrente, con idee ferme, caparbia e straordinariamente moderna. In questo primo libro della trilogia dedicata dalla Chadwick a Eleonora d’Aquitania, assistiamo agli eventi storici che vanno dai 13 anni di Alienor (l’autrice specifica che è il nome con cui si riferiva a se stessa e che appare sui documenti ufficiali anglosassoni) al suo viaggio verso l’Inghilterra per diventarne regina.

Eleonora è destinata ben presto a diventare moglie di Luigi, re di Francia, distolto dai suoi progetti ecclesiastici per chiudere un accordo che lo porterà al controllo dell’Aquitania.

Un matrimonio che vive la sofferenza per un erede maschio che non arriva, e che il Francese attribuisce a una non benevolenza di Dio per la condotta, a suo dire, non consona a quella di una regina. Un pensiero, quello di Luigi, che lo devasterà e condizionerà le sue scelte politiche. Dopo diversi anni Alienor otterrà l’annullamento diventando così nuovamente appetibile tanto da rischiare di essere rapita da coloro che ambivano ai suoi possedimenti. Il fortunato sarà Enrico d’Inghilterra, di undici anni più giovane. Un matrimonio che si rivela sin da subito proficuo sotto diversi aspetti, soprattutto quello relativo alla prole. Nasce subito, infatti, Guglielmo. Dopo la morte di Eustachio, cognato di Luigi, figlio di Stefano, viene meno l’ultimo ostacolo alla pace in Inghilterra e si apre la possibilità di un accordo. Stefano, infatti, venuto meno l’unico figlio che possedeva il vigore e la giovinezza che a lui mancava, è costretto a un accordo con Enrico: gli cederà la corona, ma solo alla sua morte. Questa arriverà, implacabile, dopo pochi mesi, a causa di una dissenteria, e Alienor ed Enrico salperanno verso l’Inghilterra per diventare i nuovi regnanti.

La scrittura dell’autrice scozzese si rivela molto semplice, a volte troppo, presentando alcuni punti un po' aridi di descrizioni, sia dei personaggi sia degli ambienti. La lettura, comunque, non è stata noiosa. Le vicende storiche infatti, arricchite in questo caso da licenze e ricostruzioni dell’autrice (evidenziate in modo professionale dalla stessa con note al termine del libro), hanno fatto da forte traino fino alla conclusione del romanzo. 


domenica 4 aprile 2021

RECENSIONE IL BALLO DELLE PAZZE

IL BALLO DELLE PAZZE * Victoria Mas * edizioni e/o * pagg 181 * trad, Alberto Bracci Testasecca

 




Fine Ottocento. Nel famoso ospedale psichiatrico della Salpêtrière, diretto dall'illustre dottor Charcot (uno dei maestri di Freud), prende piede uno strano esperimento: un ballo in maschera dove la Parigi-bene può "incontrare" e vedere le pazienti del manicomio al suono dei valzer e delle polka. Parigi, 1885. A fine Ottocento l'ospedale della Salpêtrière è né più né meno che un manicomio femminile. Certo, le internate non sono più tenute in catene come nel Seicento, vengono chiamate "isteriche" e curate con l'ipnosi dall'illustre dottor Charcot, ma sono comunque strettamente sorvegliate, tagliate fuori da ogni contatto con l'esterno e sottoposte a esperimenti azzardati e impietosi. Alla Salpêtrière si entra e non si esce. In realtà buona parte delle cosiddette alienate sono donne scomode, rifiutate, che le loro famiglie abbandonano in ospedale per sbarazzarsene. Alla Salpêtrière si incontrano: Louise, adolescente figlia del popolo, finita lì in seguito a terribili vicissitudini che hanno sconvolto la sua giovane vita; Eugénie, signorina di buona famiglia allontanata dai suoi perché troppo bizzarra e anticonformista; Geneviève, la capoinfermiera rigida e severa, convinta della superiorità della scienza su tutto. E poi c'è Thérèse, la decana delle internate, molto più saggia che pazza, una specie di madre per le più giovani. Benché molto diverse, tutte hanno chiara una cosa: la loro sorte è stata decisa dagli uomini, dallo strapotere che gli uomini hanno sulle donne. A sconvolgere e trasformare la loro vita sarà il "ballo delle pazze", ossia il ballo mascherato che si tiene ogni anno alla Salpêtrière e a cui viene invitata la crème di Parigi. In quell'occasione, mascherarsi farà cadere le maschere...


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La Salpêtrière oggi è un centro ospedaliero di Parigi, ma nasce come una fabbrica di polvere da sparo, e deve il suo nome al "salpêtre" (salnitro), uno dei principali componenti della polvere nera. Da luogo in cui erano detenuti barboni, vagabondi, ladri e truffatori di Parigi, nel corso del tempo, diventa un manicomio femminile in cui opererà il famoso neurologo Charcot, noto per i suoi studi sull'isteria e sull'ipnosi.

In questo scenario storico Victoria Mas ambienta il suo esordio letterario, e qui si muovono le storie di Louise, Geneviève, Eugénie e Thérèse. 
Ognuna, per un motivo diverso, è presente in questo manicomio, ma tutte accomunate dalla stessa condizione e considerazione della donna tipica dalla fine del 1800: ultime, reiette, facilmente collocabili in strutture del genere anche solo perché di ostacolo al "sereno" svolgimento della vita di uomini convinti della loro superiorità


"Non sono più mogli, madri o adolescenti, non sono donne da guardare o da prendere in considerazione, non saranno mai donne da desiderare o a cui voler bene: sono malate. Pazze. Fallite."


Internate. Così chiamano le donne ricoverate in questo manicomio. Louise e Eugénie lo sono perché la prima è stata sconvolta da episodi traumatici della sua infanzia; l'altra, perché non accondiscendente verso i progetti paterni. Thérèse, l'anziana, da un'esigenza psichica arriva a sperare di restare internata per non ritornare a una vita che non le appartiene più. A sorvegliare su loro c'è Geneviève, dedita al suo lavoro di infermiera, votata alla scienza come verità assoluta. La sua morsa, e quella di tutto il personale sanitario si allenta in un particolare momento: il ballo di mezza quaresima. É l'occasione in cui le porte della Salpêtrière si aprono alla società "normale" per vedere le pazze, vestite in maschera, ignare di essere state ridotte ad animali da circo. 


"Le donne della Salpêtrière non erano più appestate di cui si cercava di nascondere l'esistenza, ma soggetti di svago che vengono esibiti in piena luce e senza rimorsi. "


Questo esordio della Mas non rappresenta un semplice romanzo ambientato alla fine del XIX secolo.  

É un romanzo sulla condizione femminile dell'epoca e, ahimè quanta attualità c'è ancora nelle parole e vicende delle protagoniste! É un romanzo sulla dicotomia fede/scienza e, su, come spesso, tra queste ci siano punti di contatto.

É un romanzo che ha una valenza psicologica evidente e toccante. 

La scrittura, direi sensoriale, dell'autrice provoca un turbamento interiore che va dalla rabbia alla paura, dall'ansia alla tenerezza. Sentimenti che si alternano in un susseguirsi vorticoso, come vestiti su corpi di donne in preda ad attacchi di isteria, per fare spazio poi, ad una quiete apparente come quella in cui cadono le internate soggette all'ipnosi.

Una lettura breve, ma intensa. 

"...quelli che hanno giudicato me... Il loro giudizio risiede nelle proprie convinzioni. La fede incrollabile in un'idea porta al pregiudizio... non bisogna avere convinzioni, bisogna dubitare di tutto, delle cose e di se stessi. Dubitare."

giovedì 1 aprile 2021

RECENSIONE PIU' FIORI CHE OPERE DI BENE

PIU' FIORI CHE OPERE DI BENE . Le indagini di Clotilde Grossi, fioraia e apprendista detective* Annalisa Strada * HarperCollins Italia * pagg.328


Vorace consumatrice di romanzi gialli che le vengono spacciati dalla sua amica libraia, non riesce a resistere di fronte a ogni notizia di cronaca nera. Vuole sempre saperne di più e riesce a rubare preziose informazioni anche grazie al suo fidanzato storico, Carlo, che guarda caso fa l'impresario di pompe funebri. Un giorno però, nella piazza principale della città, viene ritrovata la testa di un uomo orrendamente sfigurato. Clotilde è fra i primi ad arrivare e per la prima volta decide di mettersi in campo personalmente nelle indagini, utilizzando la scusa dei fiori. Ed è proprio durante le sue scorribande non proprio lecite che conosce il commissario Riccardo Leonardi...

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Come può l'attività di fioraia convivere con la passione per i gialli? Ce lo spiega Annalisa Strada in questo romanzo che vede come protagonista Clotilde, detta Clo, giallista per passione, fioraia per professione.




L'occasione per sfoderare le sue conoscenze in tema di gialli le si presenta quando, nella piazza principale della città, viene ritrovata la testa di un uomo.


I fiori, le piante, gli addobbi funebri saranno un valido aiuto per giungere al colpevole.




Conosco Annalisa Strada per le sue pubblicazioni rivolte ad un pubblico giovane. Quando ho letto di questo suo primo romanzo per adulti mi sono incuriosita.


La lettura si è presentata piacevole, fluida, intrigante, in molti punti con ironia che fa da sottofondo alla storia. Tuttavia, ho trovato la trama in alcuni punti forzata, poco attinente alla realtà: non ho mai visto fiorai che consegnano omaggi floreali da parte di inesistenti  mittenti e che entrano con tanta facilità nelle case dei destinatari.


Inoltre, molti personaggi, seppur caratterizzati da particolari attitudini, manie o inclinazioni verso il mondo fatto di fiori, li ho trovati un pò piatti, incompleti.


Definirei quindi questo romanzo come una lettura piacevole, ma senza grandi aspettative.