mercoledì 26 maggio 2021

RECENSIONE MISS MARPLE AL BERTRAM HOTEL

 

MISS MARPLE AL BERTRAM HOTEL * Agatha Christie * pagg. 204 * trad. Maria Mammana Gislon



In una stradina tranquilla e silenziosa nei pressi di Hyde Park, sorge il Bertram Hotel, un elegante albergo edoardiano. Qui approda anche Miss Marple, la quale intuisce che dietro quell'atmosfera rarefatta si cela un certo che di strano. Qualcuno che non dovrebbe essere lì, un brano di conversazione ascoltato per caso, un'espressione colta al volo su un viso... basta poco per insospettire Miss Marple. Se poi questi vaghi elementi trovano un aggancio nelle indagini che Scotland Yard sta conducendo su alcune grosse rapine nelle quali sono stati coinvolti un giudice e un ammiraglio alloggiati al Bertram Hotel, il gioco è fatto.

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Miss Marple ritorna a Londra in uno dei più famosi hotel, il Bertram Hotel. Anche se oggetto di una recente ristrutturazione, l'hotel conserva la sua atmosfera di altri tempi, ma alla simpatica Miss Marple c'è qualcosa che la insospettisce. L'ambiente, i personaggi insospettabili e di un certo livello che frequentano il Bertram nascondono qualcosa.

Il fiuto della "vecchietta" non si sbaglierà neanche stavolta e, unito al suo spirito di osservazione e alla sua arguzia sarà fondamentale per risolvere un caso a cui Scotland Yard sta dietro da tempo.

La penna della Christie mi ha fatto riprendere dalla delusione del mese scorso e, anche se non ricca di colpi di scena o di suspence tipiche dei suoi romanzi, la storia è stata un piacevole intrattenimento.

RECENSIONE IL LIBRO DI EMMA

IL LIBRO DI EMMA * Emma Reyes * edizioni sur * trad. Violetta Colonnelli * pagg 195

 


È una storia senza tempo quella di Emma Reyes, la pittrice colombiana la cui vivacità narrativa era tanto amata da García Márquez, che la incoraggiò a scrivere. Come senza tempo sono i ricordi d'infanzia: nelle ventitré lettere scritte dal 1969 al 1997 all'amico Germán Arciniegas, Emma racconta, con voce tenera, nostalgica e autoironica insieme, di quando era bambina. Di quando, con la sorella Helena, poco più grande e come lei figlia di una relazione illecita, viveva senza padre né madre in una stanzetta nella periferia di Bogotà e costruiva pupazzi di fango in una discarica, con i bambini del quartiere. Da lì a una casa coloniale, da una bottega del cioccolato a un teatro con una pianola, dalle cure brusche della Signorina María a quelle delle suore in un convento di clausura: il tutto tra abbandoni e scoperte, confondendo lavoro e gioco, squallore e poesia, preghiere e paure. La piccola Emma non sa nulla del mondo, ma ha un coloratissimo universo interiore di cui questo «memoir per corrispondenza», che torna in libreria in una nuova edizione, è testimonianza preziosa.


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Un libro che non mi ha lasciato assolutamente nulla. Una scrittura sterile volta ad un mero racconto di un'infanzia dura, crudele, realmente vissuta dall'autrice e pittrice colombiana. 

Con delle lettere inviate al suo amico Gérman, l'artista ripercorre il vissuto dei suoi primi anni, ma la mia sensazione è stata quella di leggere  una semplice cronistoria. 



lunedì 24 maggio 2021

RECENSIONE I QUADERNI BOTANICI DI MADAME LUCIE

I QUADERNI BOTANICI DI MADAME LUCIE * Mélissa Da Costa * Rizzoli editore * trad. Elena Cappellini * pagg. 294

 


Fuori è l'estate luminosa e insopportabile di luglio quando Amande Luzin, trent'anni, entra per la prima volta nella casa che ha affittato nelle campagne francesi dell'Auvergne. Ad accoglierla, come una benedizione, trova finestre sbarrate, buio, silenzio; un rifugio. È qui, lontano da tutti, che ha deciso di nascondersi dopo la morte improvvisa di suo marito e della bambina che portava in grembo. Fuori è l'estate ma Amande non la guarda, non apre mai le imposte. Non vuole più, nella sua vita, l'interferenza della luce. Finché, in uno di quei giorni tutti uguali, ovattati e spenti, trova alcuni strani appunti lasciati lì dalla vecchia proprietaria, Madame Lucie: su agende e calendari, scritte in una bella grafia tonda, ci sono semplici e dettagliate indicazioni per la cura del giardino, una specie di lunario fatto in casa. La terra è lì, appena oltre la porta, abbandonata e incolta. Amande è una giovane donna di città, che non ha mai indossato un paio di stivali di gomma, eppure suo malgrado si trova a cedere; interra il primo seme, vedrà spuntare un germoglio: nella palude del suo dolore, una piccola, fragrante, promessa di futuro.



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Mèlissa Da Costa ci presenta l'estate più buia vissuta da Amande dopo aver perso il marito e la bambina che portava nel grembo. 

Amande non vuole vedere il sole.

Il sole è vita, il sole è rinascita, il sole è felicità.

Per Amande ora c'è solo morte, sepoltura, tristezza. 

Come può la natura continuare il suo corso? Come può continuare il mondo a vivere come se nulla fosse successo? Lei non può.

Vorrebbe dire far finta che nulla sia accaduto, calpestando la memoria di Benjamin e Menon. Occorre conservare il buio, chiudere le finestre e non lasciar entrare neanche un raggio di sole nella nuova casa dove nulla riporta alla vita precedente. 


"C'era  un tempo per curare il proprio dolore, per ricordare, per dire addio come si deve. Oggi, la routine deve riprendere appena dopo il funerale: il lavoro, le bollette da pagare...la società non ha più tempo per il lutto".


Nella sua nuova dimora Amande trova agende, quaderni, calendari appartenenti a Madame Lucie, lasciati lì dalla figlia dopo aver svuotato la casa in seguito alla morte della mamma.

Dalla lettura di note e appunti vari Amande comprende che, seppur lei e Madame Lucie siano state segnate dallo stesso dolore, la proprietaria di casa è riuscita a superarlo senza dimenticarlo. 

Eh sì!

Questa è la paura di Amande: elaborare il lutto vorrebbe dimenticare il volto, i sorrisi, il colore degli occhi dei propri amati? Madame Lucie le insegnerà che non è così, le insegnerà che LASCIAR ENTRARE, CONDIVIDERE, CLEBRARE, LASCIAR ANDARE , sono tappe necessarie per risorgere senza mai dimenticare. 

Così, insieme alla rinascita di un orto e giardino ormai soffocato dall'erba del dolore e della zizzania che soffoca ogni possibilità di respiro, assistiamo alla vita di Amande che accetta di aprire le finestre per far entrare il sole. 


Ci sono libri in grado di riaprire ferite che pensavi o speravi fossero chiuse definitivamente. 

Ci sono libri che lo fanno violentemente e quelli invece che adottano una delicatezza e precisione quasi chirurgica. Si muovono dentro cercando briciole di dolore rimaste a marcire per asportarle  senza però prima averle risvegliate. 

Così, senza accorgertene scendono quelle lacrime che ormai avevi chiuso in barattoli ermetici e lasciati nel dimenticatoio di un tempo ormai passato. 

Ti ritrovi dinanzi a letture che ti costringono a ripercorrere attimi, a rivivere momenti, ad accarezzare visi che si stavano sbiadendo e a sorridere ad occhi che si stavano chiudendo. Ti trovi a fare i conti con il senso di colpa per aver fatto crescere erba incolta su mani che ti accarezzavano e a ringraziare una scrittrice che con la sua mano delicatamente chirurgica ha smosso il terreno per piantare il seme del ricordo e far nascere nuova vita. 








lunedì 17 maggio 2021

RECENSIONE LA RINNEGATA

 



LA RINNEGATA * Valeria Usala * Garzanti * pagg. 208

Senza un uomo accanto, una donna non è nulla. Teresa ha sempre sentito l’eco di questa frase, come il vento durante la tempesta, ma non ci ha mai creduto. Lei che è quiete e fuoco, rabbia e tenerezza, lotta contro il pregiudizio da quando è nata. Rimasta orfana, non ha avuto nessuno a proteggerla dalla propria intelligenza, oltre che dalla propria bellezza. Un intero paese la rinnega, impaurito di fronte alla sua indipendenza, alle sue parole e alle sue azioni. Perché in fondo sono solo queste a renderla diversa dalle altre donne. Neanche aver creato una famiglia con l’uomo che ama ha messo a tacere le malelingue e i pettegolezzi. Nessuno crede che la sua fortuna, derivante da un emporio e una taverna che ha costruito e gestisce con le sue forze, sia frutto di fatica e tenacia. Ma le voci sono sempre rimaste solo voci, anche quando a rispondere a tono è Maria, la bruja del villaggio, che vaga per le strade senza una meta precisa. Quando tutto cambia, Teresa deve difendere ciò che ha conquistato e dimostrare che può farcela da sola. Che non rinunciare a sé stessa significa essere libera. Vuole dare a quel vento, pieno di parole feroci, un afflato nuovo; ma il pregiudizio è forte e saldo, come una radice ancorata alla terra. Non capitava da anni che un esordio venisse accolto con tanto entusiasmo dalle libraie e dai librai che l’hanno letto in anteprima. Valeria Usala ha scelto di dare voce a una donna dimenticata, una donna che ha deciso di resistere contro tutto e tutti. Una giovane autrice rompe il silenzio che avvolge una storia che ha molto da raccontare. Una storia in cui la Sardegna è protagonista attraverso la sua natura, le sue leggende e le sue contraddizioni. Una storia di coraggio e rinuncia. Una storia di amore e potere. Una storia di rinascita e di speranza.


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C'è una maturità, in questo libro, che spiazza. Una profondità nella scrittura che, leggendola, diresti appartenere ad una scrittrice di lungo corso.

Invece è un esordio.

Valeria Usala, sarda, ci rende nota una vicenda familiare che molti conoscono in Sardegna, ma non perché raccontata a gran voce, no.

Sin dalle prime battute emerge la durezza di Teresa. Con la sua corazza pronta a ricevere colpi, senza piegarsi. una Donna che si è costruita da sola la sua indipendenza, e ogni giorno deve lottare per non veder violata la sua libertà. Il pregiudizio, le voci, i pettegolezzi si insinuano nella testa perché il segreto è ancora conservato e in questo piccolo paese non è possibile che rimanga tale. Tutti devono sapere. È necessario per mantenere vivo il vociare degli anziani riuniti sulle panchine a osservare la vita altrui. È necessario per alimentare le chiacchiere delle donne che non sono come Teresa. combatte. Teresa resiste. Teresa ha coraggio

La storia è tramandata quasi con sussurri nelle orecchie.

La scrittrice, con la sua narrazione, riveste di dignità Teresa e la sua figura di donna che sfida i tempi, le convinzioni e che vuole affermare un riscatto che lei sente come realtà che le appartiene e che vuole difendere a tutti i costi.

La sua durezza, la sua caparbietà, la sua risolutezza emergono in modo altrettanto fermo e convinto dalla penna della Usala.

Teresa vive con quel fuoco che le brucia dentro e che non verrà mai spento fino a quando non saprà dare risposta a una domanda che rimane disattesa da troppo tempo.

Con questo romanzo, con questa scrittura che si alterna tra durezza delle pietre e fluidità e dolcezza di un fiume che scorre in un bosco, la Usala mi ha conquistata e io consiglio di farvi catturare da lei.













 

lunedì 10 maggio 2021

RECENSIONE COME UN RESPIRO

COME UN RESPIRO * Ferzan Ozpetek * Mondadori * pagg. 168

 

È una domenica mattina di fine giugno e Sergio e Giovanna, come d'abitudine, hanno invitato a pranzo nel loro appartamento al Testaccio due coppie di cari amici. Stanno facendo gli ultimi preparativi in attesa degli ospiti quando una sconosciuta si presenta alla loro porta. Molti anni prima ha vissuto in quella casa e vorrebbe rivederla un'ultima volta, si giustifica. Il suo sguardo sembra smarrito, come se cercasse qualcuno. O qualcosa. Si chiama Elsa Corti, viene da lontano e nella borsa che ha con sé conserva un fascio di vecchie lettere che nessuno ha mai letto. E che, fra aneddoti di una vita avventurosa e confidenze piene di nostalgia, custodiscono un terribile segreto. Riaffiora così un passato inconfessabile, capace di incrinare anche l'esistenza apparentemente tranquilla e quasi monotona di Sergio e Giovanna e dei loro amici, segnandoli per sempre. Ferzan Ozpetek, al suo terzo libro, dà vita a un intenso thriller dei sentimenti, che intreccia antiche e nuove verità trasportando il lettore dall'oggi alla fine degli anni Sessanta, da Roma a Istanbul, in un emozionante susseguirsi di colpi di scena, avanti e indietro nel tempo. Chi è davvero Elsa Corti? Come mai tanti anni prima ha lasciato l'Italia quasi fuggendo, allontanandosi per sempre dalla sorella Adele, cui era così legata? Pagina dopo pagina, passioni che parevano sopite una volta evocate riprendono a divampare, costringendo ciascuno a fare i conti con i propri sentimenti, i dubbi, le bugie.


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"...la vita scorre come un respiro. E dentro ci lascia la nostalgia per ciò che avremmo potuto fare e la consapevolezza di ciò che siamo diventate.


"La vita scorre come un respiro". Anche questo libro. Scorre in poche ore e non ti rendi conto che sembra il tempo di un respiro. Ti catalizza, ti ipnotizza senza artefizi nella scrittura e nella storia.

La storia delle due sorelle Elsa e Adele non è certo semplice, ma ciò che spiazza è proprio la semplicità con cui viene raccontata. 

Una trama, tra presente e passato intrecciata con abilità tipica (o forse no) di un regista. E così è. 

Sembra di leggere un film.

E' il racconto del rapporto tra sorelle segnato da un vincolo che sembrava indissolubile, ma che è spezzato dalla gelosia; da un segreto destinato a rimanere tale, ma che viene svelato con lo stesso movimento di chi toglie un velo da passati dimenticati, da una sofferenza che non sembra trovare guarigione.

Lo riviviamo alternandoci nel tempo (anni '70 e giorni nostri) e nello spazio (Turchia e Italia), per poi rivedere simili bugie, sentimenti e segreti nelle vite di coloro i quali hanno accolto Elsa e Adele in maniera inaspettata.

E' bastato un pomeriggio per far cadere equilibri che sembravano definitivamente stabili, ma che si dimostrano altamente precari.

Non sarà che Adele ed Elsa sono solo lo specchio dell'esistenza di Giulio ed Elena, Annamaria e Leonardo, Sergio e Giovanna?

Una lettura che dura il tempo di un respiro, ma quando, alla fine, pensi di terminare quell'attimo di apnea, Ozpetek toglie anche quella speranza con un finale che lascia a bocca aperta.


"C'è ambiguità nella sofferenza. E solo tu puoi sapere quanto me fin dove possa portare. Quando ami davvero, devi essere pronta a tutto. Al fulmine e alla tempesta… Non riesci nemmeno a distinguere la felicità dalla disperazione, perché in amore spesso l'una è la ragione dell'altra".

domenica 2 maggio 2021

RECENSIONE LA STREGA DEL RE

 

LA STREGA DEL RE * Tracy Borman * editore Beat * trad. Chiara Brovelli * pagg.416



Inghilterra, 1603. Nel mese di marzo, l'ultima monarca della dinastia Tudor, Elisabetta I, muore ponendo fine all'età che porta il suo nome, un'epoca di grande espansione e fioritura culturale dell'Inghilterra, segnata da geni quali Shakespeare, Bacon, Marlowe, Spenser. Nei giorni successivi alla scomparsa di Elisabetta, Lady Helena, moglie del tesoriere di Sua Maestà, e sua figlia Frances si affrettano a raggiungere la loro tenuta di Longford, nel Wiltshire. Nella ristretta cerchia della corte vicina alla monarca, le due donne occupavano un posto particolare, al punto tale da assistere la regina nelle sue ultime ore di vita. Al suo capezzale, la giovane Frances, esperta nell'arte della guarigione, stringeva tra le mani un mortaio da cui si levava l'aroma pungente di un unguento utile ad alleviare il trapasso dell'amata sovrana. Guardate con diffidenza dal resto della corte, le due donne tornano alla vita tranquilla nella tenuta del Wiltshire, finalmente lontane dagli intrighi e dal vento di cambiamento, sospetto e paura portato con sé dal nuovo sovrano arrivato dalla Scozia, Giacomo I. Il nuovo monarca non ha esitato a rendere pubblica la sua repulsione verso tutte le tradizioni difese dalla defunta regina, in nome di una rigida osservanza della fede protestante. Determinato a piegare i sudditi alla sua volontà, ha dichiarato guerra alle superstizioni e alla stregoneria, affermando di essere stato incaricato da Dio di annientarle, al punto che il primo consigliere, Lord Cecil, si appresta a redigere un nuovo atto contro la stregoneria. Qualunque pratica ritenuta attinente alla magia sarà punibile con la morte, compresa l'arte della guarigione. La fragile pace di Longford viene presto turbata dall'arrivo del conte di Northampton, zio di Frances e membro del consiglio reale, intenzionato a ricondurre la nipote a corte per riportare la famiglia della sorella nelle grazie del re. A patto, però, che la giovane donna lasci perdere «l'insana mania per piante e pozioni», una mania per la quale è tutt'altro che impossibile il rischio di ricevere il marchio di strega prima ancora di mettere piede a St James. Sullo sfondo di un'Inghilterra in preda a complotti e cospirazioni, come la celebre Congiura delle polveri, Tracy Borman ci regala il ritratto di una nuova eroina, una donna coraggiosa che non esita nemmeno davanti alle prove più ardue che il destino le riserva.

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Inizi del 1600. Tracy Borman ci porta a vivere un periodo storico segnato dalla questione religiosa e dalla difficoltà di un re, Giacomo I, di farsi accettare dal popolo inglese dopo la morte dell'ultima rappresentante della dinastia dei Tudor.

L'odio verso i Cattolici inglesi porterà questi ultimi ad organizzare il complotto conosciuto come "la Congiura delle polveri": un attacco dinamitardo ideato da Robert Catesby per uccidere re Giacomo I e suo figlio Enrico, principe di Galles. 

In questo contesto storico conosciamo la figura di Frances, donna benvoluta dalla regina Elisabetta I soprattutto per le sue doti di abile guaritrice dovute alle conoscenze delle proprietà taumaturgiche delle piante. 

Questa sua "insana mania per piante e pozioni" la porterà a doversi difendere dalle accuse di stregoneria mosse da quella parte di corte che non aveva mai visto di buon occhio la regina ormai prossima alla morte. 

Le  piante, le erbe, i fiori la chiamano, e lei non resiste. Non riesce a starne lontano. Ciò che offrono è di gran lunga superiore al rischio di essere scoperta. 

Frances si difenderà puntando sulla fede in Dio e verrà ascoltata grazie all'intervento della Provvidenza che si manifesta nella persona di Thomas Wintour, avvocato che svolge affari per la regina Anna. Frances si trova a vivere costretta a nascondere non solo la sua passione fitoterapica, ma anche quella per un amore difficile da vivere in una società in cui il matrimonio per amore non veniva contemplato.


"Frances aveva l'impressione di vivere in un'era in cui la coscienza delle persone doveva girare alla velocità di una banderuola segnavento"


Il libro ti cattura, ti ammalia sin dalle prime pagine. E' il caso di dire che ti strega, ti stordisce con la sua scrittura fatta di profumi, ti unge con i suoi unguenti per catapultarti nel suo mondo, nel suo tempo.
Scorrendo le righe sembra di percepire in modo nitido "la fragranza della salvia, il profumo penetrante dell'erba cipollina e del rosmarino aromatico, in un miscuglio inebriante".

La penna della Borman si sposa con la storia e lascia il desiderio di odorare ancora spezie ed erbe pestate nel mortaio maneggiato dalle abili mani di Frances e di vivere con fermezza e coraggio il suo credo e il suo amore.